La riduzione degli accessi negli ospedali è stata significativa sia nella prima che nella seconda fase della pandemia ed è all’origine di molti casi di trattamenti insufficienti o assenza di trattamenti.

APE, associazione progetto endometriosi, che riunisce le pazienti italiane con questa malattia, ha promosso un’indagine per valutare gli effetti della pandemia coinvolgendo oltre mille donne, dal 3 agosto al 17 settembre 2020, che hanno risposto a domande specifiche su accesso alle cure, assistenza sanitaria, spese da sostenere.

Il 41 per cento delle donne interpellate ha dichiarato di aver temuto di non poter essere adeguatamente assistito durante il lockdown, anche per visite o interventi precedentemente fissati, mentre il 37 per cento ha temuto di doversi recare in ospedale. «Questi dati – spiega Sara Beltrami, co-referente per le relazioni istituzionali e la tutela delle donne di APE – lasciano intendere come questi mesi siano stati affrontati dalle pazienti con angoscia. Hanno vissuto il dolore della malattia senza un’adeguata assistenza, in una situazione straordinaria e isolante.”

Anche i pazienti maschi si recano poco dal medico: lo confermano i risultati di una ricerca promossa da Lilt, Lega italiana lotta ai tumori, secondo la quale all’atteggiamento diffuso di sottovalutazione del rischio tumorale nella popolazione maschile (oltre il 50 per cento del campione intervistato dichiara di non avere mai fatto visite di controllo) si aggiunge l’effetto pandemia, che da un lato ha generato maggiore attenzione alla situazione sanitaria, ma dall’altro sembra alimentare un atteggiamento fatalista, che potrebbe deresponsabilizzare il singolo di fronte ai rischi di salute e alle pratiche di prevenzione.
Una diminuzione importante è avvenuta anche nelle malattie oncologiche, dove risulta estremamente importante, oltre alle terapie specifiche, la nutrizione medica (secondo la Fondazione Veronesi, 7 malati oncologici su 10 hanno problemi di nutrizione).

“La malnutrizione” spiega Riccardo Caccialanza, Rappresentante SINPE, Società Italiana di Nutrizione Artificiale e Metabolismo è un problema frequentemente associato all’aumento della tossicità dei trattamenti oncologici e alla riduzione della risposta, ma anche al peggioramento della condizione di salute del paziente e a quello della prognosi generale”.

Molte visite ambulatoriali hanno subito una battuta d’arresto. In questi mesi le visite oculistiche sono diminuite del 50 per cento, in parte perché non tutti gli ospedali sono disponibili a erogare prestazioni di questo tipo (a torto l’assistenza oculistica è considerata non urgente) e in parte perché i pazienti stessi, per timore di contagiarsi, si rifiutano di farsi visitare. “I tamponi rapidi antigenici prima delle visite” ha dichiarato Matteo Piovella, Presidente SOI, Società Oftalmologica Italiana, “potrebbero costituire la migliore garanzia per la sicurezza dei pazienti”.

La chiusura dei reparti oculistici sta mettendo a rischio anche le terapie ‘salvavista’ intravitreali e anche in questo campo i numeri sono allarmanti, con una riduzione delle prestazioni a un terzo rispetto al periodo precedente la pandemia.

E i pazienti con patologie osteoarticolari, quasi 5 milioni di persone nel nostro Paese, costituiscono un’altra emergenza sanitaria: almeno la metà di essi vive uno stato di significativo peggioramento della propria condizione dolorosa a causa della situazione stressante derivante dalla pandemia. “Le malattie reumatologiche coprono un ampio spettro di patologie, sia di origine infiammatoria, spesso conseguenza di un’anomala risposta del sistema immunitario (l’artrite reumatoide, per esempio), sia di natura degenerativa come l’osteoartrosi – spiega Alberto Migliore, Responsabile del Servizio di Reumatologia dell’Ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma. “Quest’ultima è una malattia molto insidiosa perché si manifesta in maniera graduale, ma nel tempo può portare a una severa limitazione dei movimenti”.

Infine, l’impatto che l’emergenza ha avuto anche sulla presa in carico dei pazienti cronici, per esempio diabetici: il 54 per cento di essi dichiara di aver patito la gestione della patologia in questi mesi e che in generale tutto è risultato più complicato, soprattutto a causa della sospensione delle visite “dal vivo” dal proprio medico o perché gli stessi pazienti rinunciavano ai controlli per timore del Covid.

Un aiuto importante ed efficace in questo senso è però arrivato dalla tecnologia: nel 30 per cento dei casi le visite sono state effettuate telefonicamente e con il supporto delle app, del supporto educazionale online e dei social media e web community.