In occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer, che cade il 21 settembre, la Società Italiana di Geriatria Ospedale e Territorio – SIGOT richiama l’attenzione su una nuova fase della lotta alle demenze: non più soltanto diagnosi e assistenza quando la malattia è già conclamata, ma identificazione precoce del rischio, prevenzione della fragilità cognitiva, presa in carico geriatrica, sostegno ai caregiver e integrazione tra ricerca, territorio e servizi.
In Italia gli over 65 sono ormai 14 milioni 821mila, pari al 25,1 per cento della popolazione. Gli over 85 superano i 2,5 milioni e il Paese si conferma tra i più anziani d’Europa. Dentro questo scenario demografico, le demenze rappresentano una delle principali sfide sanitarie, sociali e familiari: in Italia coinvolgono circa 1,1 milioni di persone, a cui si aggiungono 900mila cittadini con Mild Cognitive Impairment e circa 4 milioni di caregiver.
Negli ultimi anni, i nuovi anticorpi monoclonali hanno aperto una fase importante nella ricerca sull’Alzheimer. Si tratta di farmaci pensati per agire sui meccanismi biologici della malattia, riducendo i depositi di beta-amiloide. I primi risultati, tuttavia, hanno imposto prudenza: benefici clinici ancora contenuti, possibili effetti collaterali, costi elevati e complessità organizzativa legata alla selezione dei pazienti e al monitoraggio.
L’attenzione si sta spostando anche verso le fasi molto precoci della malattia, quando il danno funzionale non è ancora evidente e l’intervento potrebbe risultare più efficace.
Una delle novità più rilevanti riguarda lo sviluppo dei biomarcatori plasmatici, test sul sangue capaci di supportare l’identificazione dei segni biologici della malattia anche in fasi iniziali. Si tratta di strumenti che potranno aiutare a selezionare meglio i pazienti da indirizzare verso approfondimenti più complessi, come PET o analisi del liquor cefalorachidiano.
La demenza si può prevenire o almeno ritardare
La demenza non è sempre un destino inevitabile legato all’età: una quota rilevante di casi può essere prevenuta o ritardata intervenendo sui fattori di rischio modificabili lungo tutto il corso della vita. La Lancet Commission on dementia prevention, intervention and care ha indicato 14 fattori di rischio modificabili: bassa scolarità, perdita uditiva, ipertensione, fumo, obesità, depressione, inattività fisica, diabete, isolamento sociale, consumo eccessivo di alcol, trauma cranico, inquinamento atmosferico, colesterolo LDL elevato e perdita visiva non trattata. Secondo la Commissione, agire su questi fattori potrebbe prevenire o ritardare fino al 45 per cento dei casi di demenza.
“L’Alzheimer resta una malattia complessa, ma oggi abbiamo più strumenti per riconoscere il rischio, intervenire prima e accompagnare meglio pazienti e famiglie – sottolinea Luca Cipriani, Presidente SIGOT – La geriatria deve essere protagonista di questa nuova fase, perché la demenza riguarda autonomia, fragilità, comorbidità, farmaci, caregiver, qualità della vita e continuità assistenziale. La valutazione multidimensionale geriatrica è lo strumento necessario per affiancare la diagnosi precoce a una rapida presa in carico, al fine di intercettare la fragilità cognitiva prima che diventi disabilità”.
“Il nuovo Piano Nazionale Demenze deve essere l’occasione per trasformare le conoscenze scientifiche in percorsi realmente accessibili, – sottolinea il Prof. Lorenzo Palleschi, Past President SIGOT – perché la diagnosi precoce è utile se accompagnata da presa in carico, continuità assistenziale, sostegno ai caregiver, integrazione tra Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze, medicina generale, territorio, ospedale e servizi sociali“.
